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Indicazioni Nazionali per il Licei: inversioni, bivi e sensi unici alternati.

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Lo scorso 22 aprile il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diffuso le nuove Indicazioni Nazionali per i Licei: ha così inizio una fase di consultazione al termine della quale il documento acquisirà il suo contenuto definitivo. Ad essere ascoltate saranno, ovviamente, le istituzioni scolastiche, le associazioni di categoria, quelle dei genitori e le organizzazioni sindacali. Il coinvolgimento degli organi di Consulta studentesca rappresenta una novità assoluta: l’apertura di questo canale diretto con i liceali italiani potrebbe portare all’attenzione del MIM elementi davvero rilevanti. Sarà importante continuare a monitorare questo processo di dialogo e confronto fra i diversi punti di vista di chi abita il medesimo ambiente.

Quanto contenuto nel testo si mantiene in bilico lungo una linea sottesa tra nuovi percorsi e repentine inversioni di marcia. Non necessariamente una mancanza di coerenza ma, senza dubbio, un elemento di potenziale problematicità.

Geostoria: ascesa e declino. Introdotta con la riforma Gelmini più di quindici anni fa, la materia innovava i programmi del biennio, condensando lo studio della storia e della geografia in sole tre ore settimanali. Al netto della mutilazione subita da entrambe le materie, definitivamente decapitata sarebbe risultata la geografia, sacrificata sull’altare degli studi storici, i soli a sopravvivere anche nel triennio. Se quanto indicato da Valditara sarà confermato, alle due discipline verranno nuovamente riconosciute identità separate e autonome, seppur strettamente connesse. L’approccio geografico viene infatti riconosciuto irrinunciabile nel percorso di formazione scolastica, fondamentale per analizzare i cambiamenti in atto, per osservare le diversità ambientali e culturali, per comprendere la complessità della relazione tra uomo e territorio. L’apprendimento della storia non subisce variazioni in termini di ore dedicate: a mutare è la modalità con la quale lo si affronta. La centralità della storia nazionale, già prevista, viene ulteriormente ribadita, promuovendo uno studio focalizzato sulle “vicende della nostra Penisola e di quell’area geografico-culturale che è l’Europa e l’Occidente in genere”. Di questa compagine viene infatti riconosciuto l’”enorme rilievo” assunto nella definizione delle moderne forme statuali, nell’avanzamento del progresso scientifico, nel riconoscimento dei diritti e della libertà della persona.

Verso i grandi classici e oltre. Sulla falsariga dell’ambito storico-geografico, si pone quanto disposto circa la lingua e la letteratura italiana: lettura e analisi delle opere classiche divengono “pratica identitaria”, un mondo per capire “da dove si viene, cosa si pensa, cosa si desidera” ma anche per poter “cambiare, crescere e auto-crearsi”. Per questo, ad una modalità “da antologia” scandita dall’approfondimento del vissuto storico e personale dell’autore in programma e dalla lettura frammentaria delle sue produzioni principali, viene preferito l’incontro integrale con l’opera, per allenarsi a leggere, ma anche ad analizzare e interpretare quanto letto. Il riferimento a celeberrimi capolavori letterari, però, non ridimensiona la rilevanza assunta delle nuove forme di comunicazione artistica e culturale: graphic novel, prodotti audiovisivi, canzoni, ma anche videogiochi e giochi da tavolo, se inseriti nella programmazione curriculare, potranno essere studiati e apprezzati nella loro originalità e valore narrativo.

 

Erro ergo sum. Uno dei passaggi più interessanti è riservato al mondo in cui matematica e filosofia vengono definite e concepite. La matematica viene scardinata dalla rigidità della “tecnica”, divenendo “linguaggio unificante di tutte le scienze” e strumento di interpretazione in cui l’errore non costituisce un limite, ma un passaggio per comprendere in modo più autentico la realtà circostante. La filosofia cessa di essere disciplina statica, basata su concetti reiterati e interpretazioni standardizzate, ma diviene anche esercizio, attività di riflessione, laboratorio di pensiero: sentiero impervio e discontinuo inframmezzato da ambiguità ed incertezze. Le discipline, convenzionalmente separate tanto ontologicamente quanto metodologicamente, vengono in questo caso non solo ripensate, ma anche collegate fra loro. Il rafforzamento dell’interconnessione tra i due ambiti è indubbiamente dovuto alle contingenze presenti: in primis, l’avvento dell’intelligenza artificiale. Se nei programmi di matematica per gli studenti sarà importante approfondire concetti e linguaggio base della programmazione, altrettanto fondamentale diverrà mantenere il dialogo con le scienze umane, al fine comprendere le “implicazioni sociali ed etiche” di questa nuova tecnologia, la sue “potenzialità e i limiti” e le modalità per impiegarla responsabilmente.

Ma dove (v)AI se l’intelligenza umana non ce l’hai? Il quadro presentato è di indubbio interesse: oltre ad elementi di stimolo, però, è impossibile non notare alcune criticità. A risultare stridente è, ad esempio, la modalità in cui viene impiegato il concetto di “identità”, di “nazione” di “Europa”. Per quanto il riferimento al resto del mondo, tanto nell’antichità quanto nella contemporaneità, non sia assente, rimarcare l’appartenenza ad un determinato contesto, con un malcelato tono di superiorità, non può non sollevare qualche perplessità. Quali sono, infatti, i confini di questo “Occidente”?  Quelli di una civiltà europea proveniente dalla Mesopotamia, che ha visto l’impero di Alessandro Magno allargarsi fino all’Asia. Sono i confini segnati dall’inarrestabile invasione dei mongoli, da quella pervasiva degli arabi. Arabo è anche il sistema numerico correntemente utilizzato, araba è l’unica versione pervenuta delle opere di Aristotele. Si tratta di linee tracciate da un popolo ha abbandonato il politeismo per abbracciare una religione che veniva dalla Palestina, arrivando a tentarne la conquista in quasi due secoli di crociate. Quelli europei sono Stati che hanno posseduto colonie in tutto il mondo, intrecciando legami economici e sociali con ogni angolo del pianeta. Del resto, è da lì che provengono anche i primi abitanti delle colonie che avrebbero dato origine agli Stati Uniti i quali, invadendo gli spazi dei pellerossa e sfruttando muscoli e fatica della popolazione africana, si sarebbero posti al vertice dell’Occidente contemporaneo. È bene ricordare tutto questo, quando si pensa di “incentrare lo studio della storia sulle vicende della nostra Penisola” che, fino a meno di 170 anni fa, era tutt’altro che “nostra”. “Nostro” è anche l’aggettivo che viene  attribuito al “concetto stesso di storia”, fuori luogo se inserito in un documento che si dichiara consapevole di una “realtà sociale e politica […] mai descrivibile in bianco e nero” caratterizzata da “contraddizioni e complessità”. Proprio in virtù di questa “realtà sociale […] mai descrivibile”, non si vuole qui ridurre il tutto ad un ossimoro ideologico, bensì sollevare una questione pratica, fattuale, resa ancora più evidente da quanto previsto per lo studio della matematica e della filosofia e per la nuova centralità riconosciuta all’intelligenza artificiale. Offrire agli studenti la possibilità di una preparazione adeguata sull’IA, strutturata su un percorso che ad elementi di programmazione affianca strumenti di riflessione etica e filosofica, costituisce senza dubbio una strategia valida per affrontare le sfide di un mondo digitalizzato. Inoltre, potrebbe rappresentare un primo passo per superare l’atavica divisione fra compartimento “scientifico” e “umanistico”, il più grande ostacolo allo sviluppo di competenze e conoscenze che possano realmente dirsi trasversali. Ma non basta. Non si tratta di essere favorevoli o contrari: la “complessità” di cui parlano queste Indicazioni non si affronta effettuando una scelta di campo, bensì con tempi, spazi e risorse adeguate che, al di là di ogni buon proposito, sembrano mancare. A quanto proposto dal MIM, non si può rispondere, bensì continuare a domandare “che fare”. Che fare, di fronte a programmi sempre più vasti, da comprimere in tabelle orarie che non subiscono variazioni? Che fare, se le difficoltà e i bisogni degli studenti, non si traducono in strategie calate nella specificità di ogni realtà scolastica? Che fare, se il mondo cambia e la scuola muta facciata, ma non struttura?

All’inizio del processo di consultazione al quale tali Indicazioni verranno sottoposte, sono questi alcuni dei dubbi che, spontaneamente, emergono. L’intento, del resto, non è trovare risposte, ma assicurarsi che alcune domande continuino ad essere poste. Dovrebbe essere sempre questo l’obiettivo di una scuola che, di fronte alla “diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il mondo”, non insegni a conquistare una verità circoscritta e definitiva, ma a lasciarsi andare all’incontenibilità di una ricerca perenne.